Azione diretta: antispecismo e derive qualunquiste

Quanto segue è uno scritto ricevuto per mail in versione anonima, ma potrebbe benissimo essere identificato come un manifesto dei valori caratterizzanti della lotta per la liberazione animale, e che con immenso piacere diffondiamo come fosse una boccata d’aria fresca.
Un’approfondita disanima in relazione a quello che, da qualche tempo, è stato identificato come “antispecismo debole” e di ciò che invece l’antispecismo politico dovrebbe rappresentare.

Azione diretta: antispecismo e derive qualunquiste
(Verso una necessaria convergenza delle lotte in una prospettiva, se pur complicata, di dialogo con le diverse individualità attive, per la liberazione totale)

La storia si ripete, non appena c’è un segno premonitore del radicalizzarsi di una lotta, ecco che spuntano i fossili del riformismo.
Questi giovani “guerrieri” carichi di rughe, invecchiati precocemente, ansiosi di far carriera, di aggiudicarsi un posto caldo nelle stanze del potere, si muovono nel raggruppamento che più gli è congeniale, parlando di rivoluzione, si, ma con moderazione, magari spedendo qualche email di protesta, oppure in campo, come ad esempio raccogliendo firme per poi scambiarle nelle sedi appropriate.
La forza della democrazia consiste nel mettersi in groppa del cavallo imbizzarrito, dopo averlo pesantemente domato, indirizzarlo verso la staccionata profumata della prigionia sociale e sotto il discreto, ma solerte controllo delle varie strutture della repressione annientarlo.
E’ quello che sta succedendo esattamente nell’ambiente cosidetto “animalista”, dove dopo anni di suppliche, raccolte di firme, discussioni da salotto davanti al camino, qualcun* si è stancato di stare a guardare lo sterminio ed è passato a praticare l’azione diretta liberando gli altri animali.
Ed ecco che bisogna frenare queste frange di “animalisti impazziti”, dargli una panoramica “limpida” di lotta istituzionale, indirizzarli verso una giusta e coerente battaglia neutrale, liberale e rappresentativa, insomma traghettarli verso le stanze da cui partono gli ordini stessi dello sterminio.
L’Azione diretta non può essere fraintesa, lo stesso termine è esente per principio da infiltrazioni regolamentate dal sistema, se no, crollerebbe ancora prima di materializzarsi come termine.
Come due sponde di un fiume, dove su ogni lato possono vivere ambienti completamente diversi, così i significati di “azione diretta” e “istituzione welfaristica”(cioè la tendenza reazionaria al mantenimento dell’oppressione) difficilmente potranno mai incontrarsi, divisi da acque tumultuose che non consentono, e mai lo faranno, un dialogo su concetti quali liberazione, lotta all’esistente, emancipazione.
Coloro che seguono la strada tortuosa dell’azione diretta sono disposti in linea di massima a dialogare sempre, eccetto con chi permette e mantiene il binomio “benessere-animali” dove per benessere s’intende gabbie più confortevoli (e non libertà del soggetto come l’etimologia del termine suggerisce) e per animali s’intendono soggetti minori (e non individui con pari diritti inalienabili alla vita), moltiplicando di fatto la sofferenza degli altri e ampliando quella forbice che detta le condizioni di chi, da una posizione privilegiata, mantiene la distanza stessa tra i viventi, etichettandoli, in una prospettiva antropocentrica dove eternamente si fonda la miserevole visione del Noi e loro.
La lotta per la liberazione animale non può essere svuotata della sua spinta generatrice di rispetto nelle diversità, nè tantomeno standardizzata a espressioni che di liberazione totale non hanno nulla.
Bisogna necessariamente volgere lo sguardo a chi, per antica tradizione o moderne opere di sfruttamento, è segregato contro la sua volontà e adoperarsi per la sua evasione, anche evidentemente qualora fosse imprigionato in castelli dorati.
Sempre più spesso si assiste a operazioni che delegittimano il lavoro svolto con fatica da attivisti genuini, che con il proprio sudore sul campo applicano l’antispecismo concreto diretto, delegittimati proprio da chi dovrebbe, per complicità solidale, appoggiarli.
Figli naturali del welfarismo reazionario, questi ultimi, moltiplicano il messaggio (attraverso articoli e manifestazioni in strada) che il mutuo aiuto nei confronti degli altri, umani e non, è inconciliabile con la politica (dove per politica intendono, creando confusione e nebbia, l’approccio indivisibile con l’autodeterminazione dei soggetti segregati e nello stesso tempo il teatrino partitico, mischiando in un solo cesto liberazione animale e riformismo).
Frasi come: <Agli animali non interessa la politica> o <Pur di ricevere aiuti economici bisogna aprirsi a tutti, compresi i fascisti>, non fanno altro che creare tensioni e smarrimento nelle altrui sensibilità, sensibilità che pronte a germogliare in direzione di una visione di lotta sincera antispecista, vengono recise da argomenti che ne strutturano il caos interpretativo, agendo da freno in una eterna omologazione sistemica.
Dire che la politica non può entrare quando si parla di liberazione animale è non solo pericoloso (poichè spalanca porte ben note, dove il Sistema attua, avendo strada libera, quelle che si chiamano “manipolazioni ad interesse”: cioè spingere il consenso riformista in profondità e stravolge così le istanze del movimento per la liberazione animale) ma anacronistico.
Se si vuole una liberazione totale dalle oppressioni la politica è cardine, colonna portante, viceversa si sposterebbe il pendolo solo su alcuni animali e non tutti. Il lavoro più arduo (che purtroppo è lapidato continuamente) è cercare di far comprendere l’antispecismo ( e la sua forza formidabile di cambiamento) e successivamente coinvolgere tutte quelle individualità che vogliono un mondo senza muri o reticolati, gabbie o sbarre, allevamenti o mattatoi senza distinzioni di specie.
Gli xenofobi, i fascisti, i razzisti non vogliono un mondo così, anzi lo combattono, per una sorta di supremazia razziale, dove vige la superiorità dell’umano che aiuta “disinteressatamente” gli altri animali in uno dei concetti più specisti che esistano.
Libertà è poter correre in sconfinati prati senza orizzonti, poter nuotare in mari senza reti, poter volare in cieli puliti, poter attraversare dogane, Stati o confini artificialmente costruiti, comprendere il dolore altrui e rispettarne le differenze nel corpo, il resto non è libertà è dominio, e fino a quando il dominio è espressione chiara e palese o celata e manipolata, la strada per la liberazione non sarà conclusa.

Il fantasma

A norma di legge
Basta un termine, una formula, una semplice combinazione di parole per sedare le folle, soffocare l’opinione pubblica giustificando, così, anche il più vile atto repressivo.
Un’analgesico che permette la persecuzione dei popoli, i rastrellamenti etnici, lo sfruttamento di specie senza che questo provochi una reazione nelle coscienze di chi non viene toccato/a da provvedimenti spacciati per “dovuti”, e certamente voluti e diffusi allo scopo di alimentare diseguaglianze sociali: quel “noi e loro” che determina chi è sacrificabile e chi invece può far comodo al sistema.
Così si accetta passivamente l’abbattimento di animali che, costretti a scendere nella “civilizzazione” delle città a causa della carenza di cibo e della caccia condotta da “l’animale più pericoloso”, vengono uccisi perché colpevoli di aggirarsi in quelle stesse zone che un tempo rappresentavano il loro habitat, prima che fossero occupate da cemento e intolleranze.
Vengono emesse sentenze di morte che demonizzano l’oppresso al fine di tutelare gli interessi economici di chi basa il proprio profitto sulla schiavitù animale.
Parlano di “decoro”, di “degrado urbano” generando così la percezione di un problema che in realtà non c’è. Perché il degrado non è rappresentato da un animale che scorrazza libero, ma da un ragazzo morto ammazzato perché perseguitato da chi i problemi li fabbrica di mestiere, per poter giustificare e normalizzare le violenze di genere, di razza e di specie.

Riportiamo di seguito uno scritto ricevuto da Cappuccetto Nero in merito ad una “favola” moderna ambientata tra discriminazioni e menzogne, ma dal sapore di resistenza.

M75: una bella favola dei giorni nostri

Lo hanno chiamato lo “spettro” per la sua elusività e la velocità con cui riesce a far perdere le proprie tracce.
Condannato a morte senza processo solo per aver semplicemente mangiato in montagne dove l’inverno è proibitivo, la sentenza, ad ora, non è stata ancora applicata, non hanno la minima idea di dove sia.
M75, questo il nome asettico dato a un lupo che in dicembre, probabilmente spinto dalla fame, ha superato i crinali delle alpi italiane per giungere in Svizzera. Acccusato per la sua naturale indole predatoria (secondo le autorità svizzere avrebbe ucciso più di 40 pecore) ora è braccato da decine di cacciatori armati di fucile e strumenti tecnologici, ma, nonostante i rastrellamenti di giorno e di notte, rimane uno spettro.
Un singolo lupo che uccide decine di pecore in un solo mese ha la stessa credibilità di un bimbo di 8 anni che solleva 200 kg di peso in palestra, solo in un caso un lupo colpisce con queste modalità, nel caso in cui entra in un recinto e, al chiuso, ha comportamenti simili alle volpi con le galline, le uccide in ambiente stretto inebriato dall’odore.
In natura i lupi predano quello che gli serve per sopravvivere, non fanno stragi. Fosse così in italia, che pare da studi approfonditi sullo studio dei lupi, ve ne sono circa 2000, in un mese sarebbero responsabili di 80.000 pecore morte, ridicolo.
Forse gli allevatori vogliono qualche incentivo? Nulla di male, lo sanno tutti che la maggior parte delle predazioni avviene per i cani erranti, abbandonati o lasciati in giro o semplicemente in gruppo, dove per nutrirsi attaccano spesso pecore e capre per sopravvivere. Solo che per predazioni di cani erranti non ci sono incentivi o risarcimenti, per i lupi si, quindi pure la nonna in cariola l’ha ammazzata un lupo, magari qualche soldo arriva.
Capita anche, spesso, che gli allevatori per mascherare animali malati, li lascino all’aperto per farli sbranare e così attribuire le colpe ai lupi per i risarcimenti.
Il lupo è un predatore opportunista, se non trova prede può nutrirsi di bacche per mesi, quando ha la possibilità di trovare una preda “domestica” (greggi isolati) può naturalmente attaccare il singolo animale che lui ritiene più facile, la singola pecora, la singola capra, in aperta zona fa così (si parla di lupi solitari non di branchi) cambia se si trova in un recinto chiuso, ma sembra che dalle notizie svizzere gli animali fossero al pascolo.
Dire che il lupo devasta decine di animali in natura, per giunta da solo, non solo è una palla grande come una casa, ma si fa informazione distorta e criminale.
Volete ammazzarlo? Non dite che è il lupo cattivo delle favole, non vi crede nessuno. Lo sappiamo che prima o poi lo ucciderete, trovandolo solo in cresta gli sparerete un bel proiettile in testa da un chilometro con i vostri mirini di merda, non meno, se no vi caghereste nelle mutande dalla paura ad affrontarlo, e farete festa per aver eliminato il pericolo più terribile della vostra vita, della vostra quotidianità inutile, delle vostre convinzioni imboccate da altri, un antagonista che vi ruba le prede, voi uomini-cartuccera superiori, ma ricordate, anche dopo averlo fatto, non diventerete eroi ma solo soldatini mediocri.
Intanto lo spettro continua a respirare con infinita dignità da 5 mesi e la vostra umiliazione è solo gigante serenità e gioia per il bosco, ma anche dopo che l’avrete ammazzato continuerà a farlo dentro di noi.
Corri amico, corri, corri fino al sole, corri in cima agli altopiani di neve, corri di notte in praterie bagnate, corri alla falce della luna, non fermarti mai, corri anche per chi non può farlo.
Il tuo nome non è M75 è libero.

Vegan Degrado

L’auto-certificazione VeganOk e il marchio Vegan Delicius, di cui il primo ne è promotore, hanno fatto ritorno a casa mostrando ancora una volta il volto reale di ciò che è stato concepito al preciso scopo di sfruttare la causa, riducendo in business la lotta per la liberazione animale.
Se da un lato VeganOk sta conducendo un’opera di monopolio certificando anche l’ovvio: insalate, olio evo, verdure e legumi confezionati ecc., senza tra l’altro porre alcuna attenzione sui marchi e multinazionali che commercializzano i vari prodotti. Dall’altra ha promosso e dato vita ad una linea di surrogati vegetali (Vegan Delicius) che mantengono ben viva l’idea di ciò che è frutto di schiavitù e sfruttamento animale.

Una tendenza che mantiene viva l’immagine di quel sistema violento votato a l’assoggettamento di chi viene considerato inferiore e quindi sacrificabile per ragioni di lucro, prima, e di gola poi.
Un fenomeno alimentato da quell’errata concezione del veganismo che porta molti/e a rassicurare il prossimo garantendogli/le di poter avere ugualmente accesso ad un’alimentazione gustosa e a una buona varietà di prodotti industriali pur di farlo/a diventare vegan, riducendo il tutto ad una mera scelta nutrizionale o di moda. (dall’articolo Agganciati al sistema antropocentrico)

Da immagine a grottesca realtà, in quanto i prodotti Vegan Delicius (salumi, mortadelle e salami di origine vegetale ottenuti attraverso l’impiego di una sostanza chiamata NoGluty) sono ora reperibili e vengono venduti da vere e proprie macellerie.
Un sodalizio che offre così pieno sostegno a quella macchina di sfruttamento con la quale VeganOk va comunque a braccetto, in quanto espressione di un capitalismo “verde” che mantiene in vita quelle dinamiche di dominio ambientale, animale e sociale che rappresentano l’esatto contrario dei valori espressi da veganismo e antispecismo.
Del resto l’incoerenza è di casa perché Vegan Delicius, dopo aver decantato le lodi di un progetto commerciale che ha tramutato un ex macelleria in un luogo di “liberazione” (per quanto possa definirsi tale un posto votato al consumismo e al capitalismo), ha iniziato a mettere in vendita i suoi prodotti all’interno di un’altra macelleria, vera e propria, di Rimini.

…sinonimo di prodotti buoni e genuini, di ricerca, di novità e di qualità per ogni esigenza, anche per i vegani!
Ecco perchè da noi troverete anche prodotti Veganok e Vegan Delicious: salame piccante, bresaola, finocchiona e formaggio fior di befana.
Grandi novità 100% vegane e senza glutine, ideali sia per chi segue una dieta vegana, sia per chi desidera variare la propria alimentazione alternando la carne con prodotti nuovi, sani e genuini: senza mai rinunciare al gusto! (dalla pagina fb della macelleria)

Dieta, alternativa, scelta alimentare, magari da alternare al consumo di carne e derivati animali nell’arco della settimana, per moda, per la propria salute personale, tutte espressioni di quell’antropocentrismo (ovvero l’essere umano al centro di ogni cosa) che l’antispecismo si pone di contrastare e smantellare.
Un sistema sostenuto e alimentato da realtà come VeganOk, che speculano sulla causa, oltre che da tutte quelle associazioni animaliste promotrici della “politica dei piccoli passi”, più preoccupate a fornire pubblicità gratuita a marchi e prodotti industriali piuttosto che difendere e diffondere i valori politici dell’antispecismo.
Il problema però non è rappresentato tanto da VeganOk, i cui obiettivi sono ormai ben noti, neanche dalla macelleria di Rimini che fa parte di quel sistema di dominio da combattere, e nemmeno dalle associazioni animaliste che supportano tutto questo, ma da tutte quelle persone che seguono, sostengono, finanziano, danno credito e visibilità a chi manipola la lotta a vantaggio dei propri fini personali.
Un insulto nei confronti di chi ogni giorno si impegna in prima persona per la liberazione animale, umana, della Terra e della causa stessa, che viene svuotata di ogni suo principio e valore.

Manifestazione contro le frontiere per la libertà di movimento

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato diffuso da Resistenza Animale, realtà antispecista, che lancia per giovedì 2 marzo (domani), un presidio a Chiasso: contro le frontiere e in solidarietà con chi rischia la vita per attraversarle!
L’appuntamento è fissato per le ore 17.30 in piazzale Indipendenza (dalla posta), gli/le organizzatori/trici dell’iniziativa invitano a prendervi parte come singoli individui, senza bandiere o striscioni di partiti, associazioni, ecc. No foto! No giornalisti/e.
Riportiamo di seguito il testo:

Lunedì 27 febbraio 2017 sul tetto di un treno regionale TILO all’altezza di Balerna un uomo è morto folgorato dai fili dell’alta tensione. L’uomo era salito in Italia per riuscire a passare il confine senza controlli in quanto non era in possesso di un documento valido.
«Tragico incidente» o omicidio?
Secondo noi è stato ucciso dal regime migratorio e d’asilo svizzero, dalle frontiere, dal razzismo e da chiunque chiude gli occhi davanti alla sofferenza che porta alla fuga dalla terra in cui si nasce. Persone che scappano o scelgono di partire in cerca di una vita più dignitosa, come gli esseri umani hanno sempre fatto ovunque, compresi le nonne o i nonni ticinesi che partivano per le Americhe in cerca di lavoro durante il secolo scorso.
Persone che fuggono da guerre e povertà provocate dagli interessi degli stati e delle multinazionali occidentali, come la svizzera con le sue imprese di armamenti e di commercio di materie prime.
Il razzismo, le frontiere ed il capitalismo uccidono: non esserne complice!”

Nemiche e nemici di ogni frontiera

Contro ogni prigione, allevamento, centro di detenzione, barriera mentale e fisica, per la libertà di movimento, la liberazione della terra e dei suoi abitanti.

Due di voi: il veganismo che ci meritiamo

L’indifferenza a volte può rivelarsi uno strumento molto efficace per non dare adito a sterili polemiche o visibilità a personaggi che contribuiscono a sostenere e diffondere concetti la cui essenza è stata espropriata da tempo, svuotandoli di ogni significato e scopo originale, ma non è questo il caso.
La questione che vogliamo affrontare va discussa e denunciata perché utile a comprendere il precipizio nel quale il veganismo è caduto ormai da tempo, smarrito in quell’oceano di ricette, prodotti industriali, certificazioni, approcci salutistici o proposto in modalità “prova” come se si trattasse di un’automobile da restituire nel caso non si fosse soddisfatti della scelta fatta.
Tutti aspetti che, oltre a permettere la mercificazione degli ideali di liberazione, hanno portato alla creazione di personaggi la cui esistenza potrebbe tranquillamente passare inosservata, se non fosse per il seguito di discepoli che offrono loro visibilità, consegnandogli quella figura di testimonial di un veganismo che ormai è solo una parola vuota.

Per quanto voi vi crediate assolti siete pur sempre coinvolti (De Andrè)

Perché se vi domandate come tutto questo possa esser stato possibile e se volete individuare dei/delle colpevoli, non dobbiamo fare altro che guardarci tutti/e allo specchio.
Lo scopo ultimo del veganismo è ormai stato dimenticato, scansato da esultanze prive di significato per un prodotto vegan nei templi della grande distribuzione organizzata, per surrogati vegetali che ricordano quei prodotti frutto della schiavitù e dello sfruttamento animale, per la notizia di gabbie più grandi all’interno dei centri di detenzione dove gli animali continuano ad essere giustiziati a milioni ogni giorno.
Il punto di rottura è stato superato ormai da tempo, e ha condotto alla costituzione di due “movimenti” paralleli, dove da un lato c’è chi punta alla popolarità e scende a compromessi col sistema al fine di non perdere visibilità, e dall’altro c’è chi lotta per il cambiamento, sporcandosi realmente le mani senza curarsi delle conseguenze o di perdere seguito pur di raggiungere l’obiettivo più importante: la liberazione totale!
A tal proposito riportiamo la riflessione fatta da Ada Carcione in relazione alla questione “Innocenzi/Vissani” che, a nostro avviso, inquadra e sintetizza perfettamente la realtà nella quale stiamo facendo sprofondare il veganismo, sempre che non ci si svegli in tempo.

Mi vergogno quasi a dire di che cosa sto parlando, ma tant’è. Argomento del contendere è la foto che ritrae Giulia Innocenzi con lo chef Vissani e che è stata accompagnata, sul profilo della stessa Innocenzi, dalla frase “Vissani uno di noi”, o qualcosa del genere.
Premetto che non ho avuto modo di vedere il post originale né di seguire le polemiche per benino; perché non seguo né conosco la Innocenzi, ma ho letto nei toni di chi mi ha chiesto cosa ne pensassi un’acredine che ritengo ingiustificata.
Orbene, benedetto il cielo, chi è sta Innocenzi lo so, ma cosa rappresenti per voi non riesco proprio a capirlo.
Perché vi sentite delusi? Perché vi sentite traditi? Perché tutto questo desiderio di dissociarsi da lei e dal suo agire?
Qua sta il nodo.
Voi siete delusi, vi sentite traditi, vi siete premurati a dissociarvi e questo dipende dal fatto che ritenete la Innocenzi in qualche modo rappresentativa di un insieme e, cosa non meno importante, di quell’insieme voi ritenete di far parte.
Ma cosa vi aspettavate succedesse? Chi pensavate potesse rappresentare e come questo nulla assoluto che è oggi diventato il cosiddetto “veganismo”?
Su quale livello credevate potesse svolgersi un dibattito che più che a suon di ricette e vendita di prodotti non viene portato avanti da nessuno?
“La Innocenzi non è una di noi”, ho letto. E giù di proprietà transitiva per cui “Vissani non è uno di noi”.
Beh.
Io credo invece che lo siano entrambi, “due di voi”.
Sono entrambi volti perfetti, e insieme più che mai, per rappresentare il punto a cui è giunto il veganismo.
Questo veganismo non è un insieme nel quale mi riconosco e ritengo fenomeni del genere (non dico polemiche perché al termine polemica io conferisco accezione positiva) del tutto risibili e inutili ma soprattutto sintomatici del livello mediocre ormai raggiunto dai “vegani” italiani.
Con questo chiudo la questione ritenendo di non dover rispondere a nessuna sollecitazione ulteriore e soprattutto convenendo con chi ha affermato che i toni utilizzati da molti “vegani” nei confronti della Innocenzi siano stati esagerati e del tutto fuori luogo.
Se lei è dov’è, se può parlare e scrivere di certi argomenti, se può essere ospite di trasmissioni tv e simili come portavoce dell’insieme in questione, è solo e unicamente perché è stata sostenuta e sospinta dal nulla assoluto che è diventato il veganismo e dal fatto che -consapevolmente o meno- il più dei vegani italiani, in questo momento, alimenta questo tenore e questo livello di dibattito.
Mi spiace che le vostre energie siano ad oggi impiegate in questa direzione ostinatamente inconcludente alla quale – a 360 gradi – ritengo di non voler contribuire.

Agganciati al sistema antropocentrico

Definizione di gancio usato in macelleria.

Gancio da macellaio (ganci carne plurale): un gancio su due lati normalmente utilizzato in macellerie per riagganciare la carne o le carcasse di animali come i maiali.

O più genericamente.

Strumento a forma di uncino, utile per appendere o trainare qualcosa.

Cosa vi ricorda questa foto?vegandel3

No, non si tratta dell’interno di un salumificio o di una macelleria, ma di uno degli stand allestiti all’interno della scorsa edizione del SANA di Bologna, nell’ambito dei padiglioni dedicati a VeganOk.
In questa occasione è stata presentata una nuova linea di surrogati vegetali che però ricordano molto bene alcuni prodotti di origine animale, esposti, tra l’altro, in bella vista attraverso l’utilizzo di quegli stessi strumenti simbolo dell’industria della carne e dello sfruttamento che essa rappresenta.
Una moda, questa, perché solo così può essere definita, che si sta diffondendo rapidamente figlia di quell’approccio consumista che trasforma ogni cosa in business, anche quella che dovrebbe essere identificata (il condizionale è d’obbligo) come la forma più pura e diretta di lotta al capitalismo, da cui ha origine la cultura del dominio da parte dell’uomo di tutto il resto.
Una tendenza che mantiene viva l’immagine di quel sistema violento votato a l’assoggettamento di chi viene considerato inferiore e quindi sacrificabile per ragioni di lucro, prima, e di gola poi.
Un fenomeno alimentato da quell’errata concezione del veganismo che porta molti/e a rassicurare il prossimo garantendogli/le di poter avere ugualmente accesso ad un’alimentazione gustosa e a una buona varietà di prodotti industriali pur di farlo/a diventare vegan,
riducendo il tutto ad una mera scelta nutrizionale o di moda.
Essere vegani/e e mangiare vegano potrebbero sembrare la stessa cosa, sopratutto agli occhi di chi magari sta muovendo i primi passi verso il veganismo, ma in realtà esiste una differenza abissale tra i due aspetti ed è proprio in questo punto che si inseriscono quelle forme di consumismo che tendono ad appiattire ciò che, di fatto, dovrebbe rappresentare il primo passo verso il percorso antispecista.
Il veganismo, infatti, non è il punto d’arrivo, ma semmai di partenza verso un percorso ben più amplio che non si deve esaurire con il rifiuto a consumare e indossare prodotti di origine animale, o la cui realizzazione ha provocato una qualche forma di sfruttamento degli stessi, ma deve rappresentare la forma più diretta e radicale di opposizione a quel sistema antropocentrico sul quale poggia la società attuale.
La necessità, e quindi garanzia, di poter reperire sul mercato prodotti industriali vegan in generale, ma soprattutto quelli che ricordano direttamente ciò che appartiene ad una tradizione basata sullo sfruttamento animale, è un modo per rimanere legati al passato, ad una visione di società incentrata su sofferenza e prevaricazione, a quello stesso sistema dal quale si dovrebbero prendere le distanze e al quale invece si rimane morbosamente ancorati per ragioni di comodità.
Ganci da macelleria sui quali vengono appesi surrogati vegetali che ricordano mortadelle, salami e salamini non possono e non devono rappresentare l’immagine del veganismo, un termine che non dovrebbe neanche essere associato a ciò che non ha nulla a che fare con la lotta per la liberazione animale, ma che rappresenta solo un’altra espressione dell’industria e del consumismo.
Reparti vegan all’interno dei templi della Grande Distribuzione Organizzata, prodotti industriali che ricordano quelli ottenuti dalla prevaricazione animale, altri di origine vegetale confezionati in diversi involucri di carta e, sopratutto, plastica, materiale che sta avvelenando i mari segnando la morte di numerose specie ittiche, non rappresentano il cambiamento tanto auspicato, ma solo un’altra forma di strumentalizzazione da parte dell’industria.
Assecondare questi fenomeni non significare essere vegan né attivisti/e, ma solo altri/e consumatori e consumatrici, schivi/e e complici di quello stesso sistema che si pensa di combattere.

NO al Festival Internazionale del Circo di Latina – Comunicato di Antispecisti Pontini

Diffondiamo il comunicato ricevuto dal gruppo Antispecisti Pontini contro il Festival Internazionale del Circo di Latina.

Anche quest’anno si svolgerà il Festival Internazionale del Circo, una macchina succhia soldi, finanziato dal Ministero dei Beni e le Attività Culturali e da gruppi cattolici, sponsorizzato da media locali e aziende, patrocinato da Comune e Provincia di Latina.
Come ogni altro evento del genere, sarà caratterizzato dalla presenza di animali estirpati dai loro habitat naturali, costretti a viaggi in stive di aerei o navi, reclusi in gabbie in cui riescono a stento a girare su sé stessi (e spesso nemmeno quello), storditi da sedativi e tranquillanti, “addestrati” a suon di frustate.
Non manca poi lo sfruttamento umano, fra migranti assunti per pochi spicci e spremuti fino all’osso, e studenti reclutati come hostess e Stewart gratis, in cambio di crediti formativi universitari.
Tutto questo per dar luogo a umilianti spettacoli subdolamente sadici e senza empatia, carichi di quella cultura antropocentrica che forgia molti pilastri della società autoritaria e dominante odierna.
Tutto ciò non può non incontrare la nostra opposizione, anche quest’anno: NO al Festival Internazionale del Circo di Latina, nessuna gabbia, liber* tutt*!

– Antispecisti Pontini –

L’antispecismo ai tempi dell’industria: c’era una volta l’attivismo

Riceviamo e pubblichiamo, con l’augurio che possano seguire altre iniziative del genere.

Lo scorso 27 agosto, al termine della conferenza tenuta al Boetico vegan festival di Bologna, avevamo lanciato un chiaro messaggio verso chi sta mercificando gli ideali di liberazione per il proprio lucro personale.
Un fenomeno che sta riducendo veganismo e antispecismo, espressioni di una lotta politica contro il sistema specista, capitalista e consumista, a mere scelte alimentari, prodotti industriali, marchi e certificazioni.

IMG_0201-768x512Un messaggio ripreso e approfondito sabato 24 settembre nel corso del VegFest a Gambettola, dove siamo intervenuti con la conferenza l’antispecismo ai tempi dell’industria.
Nel corso della conferenza abbiamo cercato di fornire una panoramica sul momento storico che l’antispecismo sta attraversando, già preda di quei meccanismi industriali che puntano ad assorbire tutto quello che viene ritenuto scomodo o, meglio ancora, una possibile fonte di guadagno.
Il veganismo, parte integrante e punto di partenza del percorso antispecista, da qualche tempo è sotto attacco da chi ha individuato una papabile nuova fascia di consumatori da poter rendere schiavi di apposite linee di prodotti, reparti vegan all’interno deisupermercati, e certificazioni fittizie che stanno, di fatto, appiattendo la lotta.
Interpretati spesso come segnali di un’imminente cambiamento e accolti con un’ingiustificato giubilo, queste espressioni del mercato non sono altro che strategie di marketing volte a mantenere tutto invariato, arginando la fuga di quei consumatori sulla carta più critici, e che invece accettano di rimanere schiavi e complici di quello stesso sistema dal quale dovrebbero prendere le distanze.
Ma non si può auspicare la liberazione totale se chi dice di condurre questa lotta è esso/a stesso/a schiavo/a e dipendente da ciò che vomita o meno il mercato.
Un’aspetto, quest’ultimo, che deve condurre a rivedere drasticamente il significato ultimo di veganismo, un termine che dovrebbe sottintendere non solo il rifiuto di consumare qualsiasi tipo di prodotto di origine animale, ma anche quelli la cui realizzazione abbia causato un qualche tipo di sfruttamento degli stessi.
Definire vegan un prodotto industriale che contiene sostanze di origine tropicale, realizzato da multinazionali, il cui confezionamento da origine alla produzione di numerosi rifiuti significa non avere chiaro il fine ultimo di questa lotta.
Una questione che riguarda sopratutto chi si avvicina al veganismo, e che in questo momento potrebbe ricevere una visione distorta e fuorviante di quello che in teoria dovrebbe essere il preludio alla lotta per la liberazione animale, ma che spesso viene introdotto attraverso i sui aspetti più sterili, come quello salutista o alimentare.
Questo anche grazie alla promozione da parte di alcuni gruppi di iniziative che invitano a “praticare” il veganismo per una settimana, fino ad una certa ora della giornata, seguendo determinate indicazioni come se si trattasse di provare una macchina appena acquistata, da poter restituire se non soddisfatti.
La politica dei piccoli passi, l’antispecismo debole, l’illusione che il cambiamento possa derivare da quello stesso sistema che il problema l’ha generato, non stanno facendo altro che distogliere l’attenzione dal fine ultimo della lotta per la liberazione animale, umana, della Terra, e su come dovrebbe essere condotta.
Alimentando così quel sempre crescente attivismo da tastiera, tra chi già propone di abolire la parola antispecismo, come se il problema derivasse dal termine e non da chi se ne appropria senza giusta causa, e tra chi offre pubblicità gratuita ai prodotti industriali vegan vomitati dal mercato, e a chi il veganismo lo sfrutta per riempirsi le tasche.
Anche per queste ragioni abbiamo ritenuto doveroso, oltre che naturale, aprire la conferenza esprimendo solidarietà ai popoli che resistono, a chi ogni giorno si impegna in prima persona nel tentativo di preservare e affermare quegli stessi ideali di liberazione che dovrebbero contraddistinguere anche il veganismo, l’antispecismo e chi si definisce tale.

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Perché il veganismo non è una moda né una dieta, perché l’antispecismo non è un business, ma una lotta per la liberazione totale che non deve trascurare alcuna vittima di prevaricazione, dominio e sfruttamento, perché nessuno/a è veramente libero/a se non siamo liberi/e tutti/e.

Il contagio si diffonde, il contagio sei tu

Il “contagio” è iniziato, in realtà da diverso tempo, in maniera più o meno visibile con azioni silenti che non puntano a creare scalpore sui social, ma a lasciare il segno in chi riceve l’informazione offerta.
In queste ultime settimane, da quando l’appello è stato lanciato, diversi esercizi commerciali che, involontariamente o meno, promuovono loghi e certificazioni che puntano a mercificare gli ideali di liberazione, hanno ricevuto la visita di persone che desiderano restituire al veganismo e, quindi, all’antispecismo, i valori e principi che animano quella che non è una dieta, non è una moda, non è un marchio, ma è una lotta per la liberazione animale, umana, della Terra.
Un contagio che nel corso di quest’ultimo fine settimana si è diffuso sino a Bologna, città che ogni anno in questo periodo ospita il SANA, una fiera incentrata sul vivere etico e sostenibile, purché il tutto riconduca sempre a quell’idea capitalista e consumista che contraddistingue la società moderna, mantenendo invariata quella cultura di dominio propria dell’antropocentrismo.
Una fiera che ospita il VeganFest, da anni ormai espressione dell’esatto contrario che il veganismo dovrebbe rappresentare e diffondere, ultimamente ridotto ad un marchio, ad un’etichetta da apporre a prodotti industriali da parte di chi della lotta di liberazione ne sta facendo il proprio business, permettendo così al sistema di mettere le mani, inglobare e svuotare di ogni ideale ciò che era nato come critica e opposizione radicale al sistema stesso.
L’obiettivo del veganismo non è quello di veganizzare l’industria, ma piuttosto di prendere le distanze da chi promuove e conduce pratiche di prevaricazione ambientale, animale e sociale, un processo utopico se si china il capo a ciò che vomita il mercato, come utopica rimane la lotta per la liberazione totale se chi la conduce è ess* stess* schiav* delle regole dettate dal sistema.
Ma oggi non vogliamo tediarvi rimarcando le ragioni della protesta in corso che potete approfondire visitando il blog.
Oggi vogliamo darvi notizia di ciò che è successo nel corso dell’ultimo fine settimana, prima per le vie di Bologna dove il contagio è entrato in molti esercizi commerciali, certificati e non, perché l’obiettivo non deve essere solo quello di fornire la corretta informazione a chi già si è fatt* bollare, ma anche parlare e informare chi potrebbe esserlo nel futuro.
Un contagio che, poi, non poteva esimersi dal presentarsi alle porte della fiera dove l’informazione si è spostata verso chi, in maniera più o meno consapevole, in questi giorni ha finanziato chi ha fornito loro un’idea distorta e mercificata di veganismo.
Come testimoniavano le borse della spesa con le quali le persone uscivano dalla fiera, date loro in omaggio all’ingresso (come ci ha spiegato un ragazzo), invitando da subito gli avventori a riempirle di prodotti, in perfetta linea col sistema consumista.
Nonostante l’ambiente ostile e ben distante da ciò che il veganismo dovrebbe rappresentare, le persone da noi raggiunte si sono dimostrate molto interessate, al punto da tornare a chiederci spiegazioni dopo aver ricevuto il volantino che, ci è stato comunicato, da qualche tempo starebbe girando anche sui social.

Chi siamo noi?
Sei tu, che stai leggendo questo comunicato.
Sei tu, che da oggi cesserai di finanziare la grande distribuzione organizzata.
Sei tu, a cui è stata fornita una visione sterile del veganismo, e che magari da oggi deciderai di comportanti in modo differente, prendendo parte alla lotta per la liberazione totale.
Sei tu, che stai per stampare il volantino in allegato a questo articolo perché hai deciso di voler offrire il tuo contributo alla causa.
Sei tu, che da oggi girando per la tua città entrerai negli esercizi commerciali chiedendo di poter lasciare volantini, spiegando le ragioni della protesta, diffondendo i valori reali di veganismo e antispecismo.
Sei tu, che da oggi hai cambiato la tua visione delle cose, divenendo parte integrante di un cambiamento quanto mai necessario, per la liberazione animale, umana, della Terra.

Il contagio si diffonde, il contagio sei tu!

Capitalismo vegan e mercificazione

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FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CIRCO, REPRESSIONE E NEOFASCISMO

Riceviamo e pubblichiamo questo resoconto dei compagni e delle compagne di Latina riguardo la repressione durante e post corteo antispecista e antifascista dell’anno scorso. Solo la lotta paga, libertà per i/le compagn* denunciat* .

Cogliamo questo momento anche per mandare un abbraccio di solidarietà a tutti/e gli/le inquisit* dell’operazione repressiva scripta manent, liberi e libere tutt* subito!

PER LA LIBERAZIONE ANIMALE, UMANA E DELLA TERRA. PER L’ANARCHIA

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Il 17 ottobre 2015 si è svolto il corteo nazionale contro il festival internazionale del circo di Latina, organizzato dall’unione delle collettività e delle individualità antifasciste e anarchiche della città.

Con una chiamata a una manifestazione che unisse tutte le lotte, dall’antispecismo, all’antifascismo all’antisessismo ecc., il corteo ha visto la larga partecipazione e solidarietà da tutta la penisola di compagni e compagne, riuscendo per la prima volta a portare nelle strade di questa città un corteo antispecista e antifascista di centinaia di persone.

Ovviamente non poteva mancare la repressione contro questo percorso, iniziato ormai 3 anni fa con i primi presidi e volantinaggi nei quartieri e di fronte il festival, cui hanno aderito molti abitanti della città, e un primo corteo, ma molto meno partecipato, fatto nel 2014.

Centinaia di persone in piazza contro specismo, fascismo, razzismo e omofobia a Latina? In un territorio notoriamente conosciuto per la folta presenza di neofascisti e qualunquisti? Apriti cielo. I media locali insorgono contro l’organizzazione del corteo, gli organizzatori del festival e i soggetti vicini all’organizzazione inveiscono sui social network, insultano le persone che hanno preso parte a questo percorso di lotta. Si incazzano contro “i 4 gatti animalisti”, (che per esser pochi come dicono, pare abbiano fatto parecchio scalpore).

Ma cerchiamo di fare il punto su quello che la macchina repressiva ha messo in moto in quella giornata di lotta e nei giorni successivi contro il movimento dei/lle compagn* di Latina.

Sin dalla mattina del corteo, troviamo in piazza a circolare gruppetti di fascisti, che però non causano alcun problema, perché il corteo sarebbe iniziato il pomeriggio, ma a quel punto la piazza si riempie, e i fascisti si volatilizzano.

Alcun* compagn* in attesa di altr* si concedono un caffè a un bar, dove vengono raggiunti da un gruppo di fascist* che si limitano a qualche occhiataccia e a fotografare i compagn*. Una volta allontanati i/le suddett*, torna la quiete.

La piazza si riempie e il corteo parte, si alzano cori contro lo sfruttamento animale, il fascismo, l’omotransfobia ecc.

Nel mentre un gruppo di fascisti si raduna davanti una delle loro sedi, ma si limitano a guardare e qualche insulto (sono in netta minoranza e sappiamo come sono leoni i fascisti quando non sono 30 contro 1). Tutto sommato il corteo prosegue tranquillo, mentre individui strani, i/le solit* che non hanno neanche il fascino della divisa, si infiltrano dentro il corteo a scattare foto segnaletiche a tutt*.

Il corteo giunge davanti al festival del circo, dove si scioglie per continuare la giornata con concerto benefit per le spese del corteo. Nel mentre il furgone del corteo viene fermato dalla digos, chi era al suo interno sequestrato senza alcun motivo e portato in questura.

Vengono sequestrati alcuni libri della distribuzione del collettivo, anzi no, spontaneamente consegnati come scrivono i gendarmi sul verbale. Mentre alcun* compagn* sono sotto sequestro in questura, davanti il nuovo mc donald di Latina parte un volantinaggio contro la multinazionale, viene srotolato uno striscione e qualche coro, e lì di nuovo, apriti cielo.

La polizia irrompe e comincia un pestaggio selvaggio e cerca di portare via quanta più gente possibile, pestando compagn* e alla fine 3 compagn* vengono portati in questura. Seguiranno 4 denunce e il sequestro dello striscione. Sul luogo del volantinaggio vengono rinvenute armi di distruzione di massa, ovvero 1 bomboletta di vernice mezza usata, un fumogeno e dei pericolosissimi, oltre che mortali, cartelloni contro il mc donald. “Manifestazione non autorizzata, resistenza e violenza a pubblico ufficiale (eppure le botte le han prese i
compagn* ma vabbè) e travisamento” sono i capi d’accusa per un semplice volantinaggio. Nel mentre la polizia ferma un gruppetto di compagn* che stava andando verso l’area del concerto, e comincia a insultarli, dando a una compagna della “puttana comunista” e altri insulti sessisti.

Contemporaneamente sotto casa di una compagn* si radunano dei fascisti a fare ronda, e si fa necessario l’intervento di altr* compagn* per difendere la compagn*.

Insomma ancora una volta sfruttatori/trici di animali, fascist* e polizia si uniscono per fermare un movimento di protesta che ormai trova consenso in tutto il territorio. La repressione non ci spaventa e continueremo a lottare per la liberazione della palude da fascismo, razzismo, sessismo, specismo e omofobia.
Il festival internazionale del circo di Latina sfrutta animali, va a braccetto coi fascist*, omofob* e sessist*, boicottalo e diffondi il boicottaggio.

LIBERTA’ PER I/LE 4 COMPAGN* DENUNCIAT*, LIBERTA’ PER GLI ANIMALI, LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE!